Come si prepara un talk (e perché “vado a braccio” non si può più sentire)
Come si prepara un talk che guida il cambiamento? Il metodo Slide Queen in 5 passi, dall’idea alle prove sul palco, testato su oltre 40 speaker internazionali.
INDICE
- Leader è chiunque prenda la parola
- I 5 passi per preparare un talk EPICO
- Dietro le quinte: da una a quaranta speaker
- È più di magia: è metodo
“Tanto vado a braccio”, disse il CEO seduto nel suo taxi mentre finiva le slide, venti minuti prima di salire sul palco.
E non è certo l’unico: quel “vado a braccio” lo sentiamo ripetere anche nelle aule di formazione, nelle aziende e agli eventi a cui partecipiamo.
Holy ravioli!
“Vado a braccio” solo se sei un ombrello. E in genere la destinazione collegata non è delle più eleganti.
Dietro questa frase c’è un’idea sbagliata e molto comoda: che i grandi discorsi nascano lì, sul momento, per grazia ricevuta.
Cantami, o Diva, del Prolìsside Ing. Rossi l’ispirazione funesta che, slide alla mano, infiniti addusse KPI al board.
Prendi “Yes, We Can”, lo slogan più iconico della politica recente.
Improvvisato sul taxi?
Hell no! Ha una storia che inizia nel lontano 1972 come spagnolissimo “Sí, se puede“, il grido di battaglia dei braccianti agricoli guidati da César Chávez e Dolores Huerta in Arizona.
Nel 2004 David Axelrod, consulente della campagna di Obama, lo mette in chiusura del primo spot per il Senato. Obama lo trova “Too corny”, troppo sdolcinato. Chiede a Michelle, che sentenzia: “Not corny”. Si tiene!
Nel 2008 diventa lo slogan della campagna presidenziale di Obama. Lo canta mezzo mondo, grazie a will.i.am e a un video musicale pullulante di star.
Oggi è proverbiale. L’iconico “Yes, We Can” fu scritto, discusso, messo in dubbio, difeso e infine approvato.
Altro che vado a braccio.
Nessuno ti obbliga a fare un talk. Se decidi di salire su un palco è perché hai un’idea da far girare.
E un’idea gira quando cambia qualcosa in chi la ascolta.
Ecco perché un talk si progetta, si struttura e si allena.
Senza trasformazione non c’è presentazione.
Ne abbiamo parlato qui: Le presentazioni non sono (solo) le slide: cosa le rende efficaci.
Leader è chiunque prenda la parola
Disegna un leader.
Chiudi gli occhi e immagina il tuo disegno.

Questo è l’esercizio da cui partiamo nei nostri corsi sulla messa in scena.
Giriamo il foglio e compare SEMPRE la stessa scena: una persona che parla davanti a un gruppo di persone.
In altre parole, quando pensiamo a un leader, lo immaginiamo mentre prende la parola. È la definizione più onesta che conosciamo, e non richiede un titolo sul biglietto da visita.
Quando sali su un palco, per venti minuti quella persona sei tu: decidi dove va l’attenzione di una sala intera. Una responsabilità così, capirai, merita qualcosa di più di un taxi.
Ecco come ci prepariamo, e come prepariamo chi lavora con noi, in 5 passi.
I 5 passi per preparare un talk EPICO
Jagged Little Pill. Ovvero Basic, but Queen.
Come si prepara un talk?
Parti da chi sale sul palco e dal cambiamento che vuoi generare in chi ascolta. Poi costruisci una struttura, scrivi il discorso nel modo che funziona per te, crea una relazione con il pubblico e allena voce e corpo. Infine prova tutto ad alta voce, in piedi e, quando puoi, sul palco vero.
1. Sali TU sul palco, nella tua interezza
Prima ancora della scaletta, chiediti chi sale su quel palco.
Spoiler: sali tu, come professionista e come persona.
La tentazione è mandare su quel palco una versione ingessata corporate di noi, quella che pensiamo che la gente si aspetti da noi. Quella che crediamo dovrebbe essere la nostra immagine. Ma è solo un simulacro che legge l’elenco puntato con la voce di un’AI che recita un comunicato stampa a 2x… e spera solo che finisca presto.

La verità: il pubblico ricorda molto di più COME dici le cose e PERCHÉ le dici. Sono proprio il come e il perché a renderti riconoscibile.
Lavora quindi sulla tua identità, su quello in cui credi e su quello in cui non credi, e porta tutto, tutto quanto, sul palco.
“Nella tua interezza” vuol dire: porta anche le stranezze. L’accento che ti porti dietro da sempre, la tua passione nascosta, le mani che non stanno ferme, un percorso che non somiglia a quello di nessun altro.
Il perché è anche il punto da cui partire: cosa vuoi che cambi in chi ti ascolta quando avrai finito di parlare?
Se la risposta è “niente, devo solo aggiornare sui numeri”, forse ti serve una mail.
Che cosa comporta salire sul palco nella propria interezza?
Ne abbiamo parlato con Francesca Fiore, Sarah Malnerich e Antonella Questa in Il palco ha sempre ragione: 45 minuti su sincerità, paura, mestiere e su quello che succede quando sul palco porti davvero chi sei.
2. Struttura ‘sta benedetta presentazione
Nella nostra esperienza, quando una presentazione fallisce le cause sono quasi sempre due:
- La prima è la mancanza di un punto di vista chiaro e coraggioso di chi parla.
- La seconda è la mancanza di una struttura, cioè di un filo logico che il pubblico riesca a seguire senza fatica.
I due elementi vanno a braccetto: è difficile mettere a fuoco le idee se apri PowerPoint e ci butti dentro l’universo mondo dei tuoi pensieri. Riempire slide senza aver deciso dove vuoi arrivare è come caricare la macchina per le vacanze senza aver scelto la destinazione: da qualche parte arrivi, ma difficilmente dove volevi, e quasi mai avrai il vestito giusto (tipo a vedere l’aurora boreale in infradito e panama).
Per evitare le infradito boreali, nel Metodo Slide Queen PowerPoint arriva per ultimo. Prima si decide la strada e poi, di conseguenza, il bagaglio. Ci sono 8.739 (iperbole?) strutture narrative.
Tu scegline una, una soltanto, e costruisci tutto il resto lì sopra.
Come si costruisce la struttura delle presentazioni?
Ne abbiamo scritto per esteso nell’articolo sulle Strutture delle presentazioni.
3. Scrivi il discorso, a modo tuo
Non esiste una regola che vada bene per tutti, e diffidiamo di chi te ne vende una.
C’è chi scrive il discorso parola per parola e chi non ne scriverebbe mai una riga.
C’è chi riempie la scrivania di post-it multicolore e chi ragiona per mappe mentali, e poi c’è chi mescola tutto quanto [noi Queenz].
Il minimo sindacale è mettere nero su bianco le parti più ostiche: l’apertura, il passaggio che ti fa inciampare ogni volta, quel concetto delicato che vuoi essere sicuro di formulare bene. Per il resto, scopri quale strumento funziona per te solo dopo aver capito che tipo di speaker sei. E qui si torna dritti al punto 1.
In qualunque modo tu scriva, due indicazioni valgono sempre.
Nella prima stesura preoccupati della storia, non della grammatica, perché la forma si sistema dopo. Poi guarda il contesto, il pubblico e il tempo che hai a disposizione. Se hai poco margine, scegli una strada semplice: pochi concetti, lineari e puliti. Se puoi permetterti un percorso meno prevedibile, osa di più.
Ma la chiarezza non si negozia.
Vuoi provare il nostro strumentopolo?
Per mettere tutto su un foglio solo c’è il canvas power speaking, gratuito.
4. Abbatti la quarta parete
La speaker scende dal palco. Chiediamo: “Com’è andata?”. “Non lo so, dovresti chiederlo al pubblico”, ci dice.
Eri lì anche tu: cosa hai visto? Quando si sono accese le facce? Quando hai perso qualcuno? Dove hanno riso, annuito, smesso di guardare il telefono?
Un talk esiste solo nella testa di chi lo ascolta.
Ma se non guardi chi ti ascolta, non saprai mai che cosa sta succedendo lì dentro.
1.
Guarda davvero le persone.
Resta 3-5 secondi su un volto prima di passare al successivo, dividi la sala in settori e non abbandonare le ultime file, che sono quelle che si distraggono per prime.
2.
Falle entrare nel talk.
Una domanda vera, un gesto, una pallina da tennis che passa di mano in mano.
3.
E alla fine, avvicinati.
Quando è il momento delle domande, siediti sul bordo del palco: cambia il clima più di qualsiasi slide.
Ma cos’è la quarta parete e che ci devo fare?
Abbiamo scritto un articolo intero su come abbattere la quarta parete durante un talk.
5. Voce, corpo e (tante) prove
Il corpo parla prima di te e il pubblico lo ascolta con molta attenzione. Spalle aperte, postura stabile e un’espressione che non contraddica quello che stai dicendo.
Sui gesti c’è uno studio che ci piace molto: tre Business School europee hanno fatto valutare alcuni pitch a 124 investitori esperti (Clarke, Cornelissen e Healey, 2019). Quando chi parla usa le mani per rappresentare quello che sta dicendo, per esempio la crescita dell’azienda o come funziona il prodotto, la probabilità di ottenere l’investimento sale in media del 12%.
Il motivo? Quei gesti aiutano chi ascolta a vedere l’idea nella propria testa.
Anche la voce ha i suoi colori. Con il metodo FourVoiceColors® di Ciro Imparato lavoriamo su quattro registri. In aula li alleniamo con una frase qualunque, l’ordinazione di una pizza margherita, detta in tutti e quattro i colori [provaci, poi ci racconti].
Vuoi cominciare ad allenare la voce?
Guarda il TED Talk di Julian Treasure, How to speak so that people want to listen: dieci minuti tra strumenti vocali ed esercizi da provare subito.
Infine si prova, si prova, si pro-va.
Ad alta voce, in piedi, con il telecomando in mano e possibilmente sul palco vero. Ripassare a mente sul divano, ci dispiace, non vale.
Prima di salire, per avere tutto sotto controllo, fai un giro sulla nostra checklist power speaking.
Dietro le quinte: da 1 a 40 speaker
Che sul palco salga una persona o una squadra intera, il metodo è lo stesso. Cambia la regia.
1 speaker: Lia, 2.200 persone e 4 incontri
Qualche anno fa abbiamo preparato Lia per un talk davanti a 2.200 persone in un teatro di Milano.
1.
Al primo incontro abbiamo lavorato su storia e apertura, scegliendo un inizio personale invece di uno istituzionale; poi lei ha riscritto il discorso, perché la voce doveva essere la sua.
2.
Il secondo l’abbiamo fatto da remoto, per segnare pause e gesti sul testo quasi definitivo.
3.
Al terzo incontro è arrivata dritta da un viaggio, valigia compresa, perché “questo discorso va provato”: palco, microfono e slide.
4.
Il quarto è stato la prova generale.
Quattro incontri per pochi minuti di palco.

Perché quando tutto sembra naturale, di solito dietro c’è parecchio lavoro.
Questo percorso uno a uno è Slide Mentor, magari è proprio quello che stai cercando.
40 speaker: la convention di Danieli
Ora moltiplica tutto per quaranta. Danieli & C. Officine Meccaniche, la multinazionale friulana, ogni quattro anni riunisce il suo team commerciale globale.
Attraverso Wyde – The Connective School ci ha chiesto di preparare oltre 40 speaker per parlare in inglese davanti ai colleghi di mezzo mondo.
Abbiamo lavorato speaker per speaker, un po’ in aula e un po’ online: la struttura di ogni talk, le slide una per una, la voce, la presenza e la tensione che arriva puntuale nei giorni prima.
Il risultato: l’evento parla con una voce sola, e ogni speaker continua a parlare con la propria.

Abbiamo attivato slide events per l’evento aziendale di un nostro cliente con 40 speaker internazionali. Il servizio slide coach ha dato sicurezza agli speaker, portando efficienza e un vero effetto wow sul palco!
Pietro Tebaldi, Project Manager, Wyde – The Connective School
È più di magia: è metodo
Obama ci ha messo quattro anni, e una moglie molto convincente, per arrivare a “Yes, We Can”.
A te serve molto meno tempo, ma di sicuro più di una corsa in taxi.
Scegli chi sale sul palco, dagli una struttura, scrivi la storia, allena voce e corpo, e poi prova finché tutto non sembra spontaneo.
Santa Agrado, Nostra Signora della Coerenza, direbbe:

Una è più autentica quanto più assomiglia all’idea che ha sognato di se stessa.
Se vuoi che la tua idea cambi il mondo, non bastano venti minuti. In taxy.
È arrivato il momento di ricordare COSA POSSIAMO FARE INSIEME.
Vuoi lavorare insieme sulla tua presentazione o sulla tua comunicazione?
Ci sono molti modi per farlo, qui te ne proponiamo almeno quattro.
Intanto, rimaniamo in contatto!
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