Prendi la parola: la retorica come strumento di parità
Una conversazione con Flavia Trupia per parlare di retorica, parole e parità. Di opportunità che non dobbiamo più lasciarci scappare e di alcune accortezze per superare la paura di parlare in pubblico.
Dietro ogni discorso – che sia davanti a una platea o in una riunione di lavoro – c’è molto più della voce: c’è il FARSI SENTIRE. C’è il modo in cui scegliamo di prenderci spazio, di farci ascoltare, di costruire relazioni, di cogliere opportunità.
Flavia Trupia è un’esperta di retorica, e insegna alle persone come costruire e pronunciare discorsi efficaci. Ma il suo approccio va ben oltre l’abusata etichetta di “public speaking”: riporta la retorica – nel suo senso più autentico – dentro la comunicazione contemporanea.
Ha lavorato anche in ambiti sociali, come le carceri, ha partecipato a dibattiti televisivi e ha scritto diversi libri, tra cui Viva la retorica, sempre! e Prendiamo la parola. La retorica dalla parte delle donne, in cui affronta il tema dello spazio femminile nei contesti pubblici. Tutti i suoi libri hanno un solido apparato teorico, ma soprattutto hanno un taglio molto pratico, con consigli da poter applicare subito, e un’ironia irresistibile, che rende la lettura ancora più appassionante (ed efficace!).
Con lei abbiamo scoperto che la retorica non è un’arte antica e polverosa, ma un allenamento quotidiano alla consapevolezza.
Parliamo di:
- Prendi la parola: la retorica come strumento di parità
- La retorica non è vecchia né nuova: è senza tempo
- La retorica nella vita quotidiana
- Trova la tua voce e falla sentire
- “Prendiamo la parola” anche per guadagnare di più
- Liberiamoci dal peso dei giudizi
- Empatia e presenza sul palco
- Donne esemplari che hanno preso la parola
- Piccole tecniche per grandi discorsi
Chiunque prenda la parola è unə leader.
La retorica non è vecchia né nuova: è senza tempo
Molte persone associano la retorica a qualcosa di “vecchio”, a Cicerone, per dire. Tu sei riuscita a riportarla al centro del dibattito contemporaneo. Ma a cosa serve, nella quotidianità?
La retorica è la comunicazione. Non esiste comunicazione efficace senza retorica, perché è attraverso la forza delle nostre parole che possiamo rendere il mondo più giusto e più umano.
Pensiamo a Martin Luther King: con un discorso (I have a dream) ha spostato il mondo.
Ma la retorica è anche uno strumento pericoloso: è servita ai dittatori per manipolare le masse, per essere amati e seguiti.
Per questo dobbiamo conoscerla. Da una parte per vaccinarci dalla manipolazione, e dall’altra per usarla con consapevolezza, nei discorsi, nei social, nelle relazioni di lavoro. Sapendo che puoi fare e farti del male.
La retorica nella vita quotidiana
Quindi può servire anche nella comunicazione interpersonale di tutti i giorni?
Assolutamente sì. Noi tutti siamo retori, a nostra insaputa. E anche un po’ manipolatori, a nostra insaputa. Lo studio della retorica ci aiuta a essere “manipolatori” consapevoli: a riconoscere le tecniche che usiamo e che gli altri usano su di noi.
Per esempio, quando diciamo “Se accettiamo questa proposta, poi finiremo per accettare tutte le proposte e ci metteranno i piedi in testa sempre”, stiamo usando una fallacia argomentativa, quella del piano scivoloso, o della brutta china. È una classica fallacia che serve per spaventare il nostro interlocutore per portarlo verso una decisione: quella di non accettare la proposta, anche se noi non abbiamo le prove che accettare ci prospetti un epilogo disastroso o l’obbligo di accettare anche tutte le proposte successive.
Oppure quando minacciamo i figli con un “Se non studi, ti butto la PlayStation!”, stiamo usando l’argumentum ad baculum, l’argomento del bastone: invece di usare prove o un ragionamento logico, facciamo appello alla paura e alla minaccia per costringere le persone ad acconsentire a un’affermazione. Tanto più che non la butteremmo mai, perché costa 500 euro e l’abbiamo pagata noi!
Sapere che esistono queste fallacie, e che si chiamano così, ci rende più consapevoli.

E la consapevolezza è potere.
Trova la tua voce e falla sentire
Come possiamo prendere la parola in una riunione aziendale con uomini più potenti, per ruolo e anche per timbro di voce?
Domanda bellissima. Ne parlo anche nel mio ultimo libro perché, in queste situazioni, spesso le donne fanno un passo indietro.

Troppe volte siamo noi stesse a lucidare il tetto di cristallo che la società maschilista ha costruito sopra le nostre teste.
dall’introduzione a Prendiamo la parola! – Flavia Trupia – pag.5
Non perché non abbiano qualcosa da dire, anzi, ma perché si sentono giudicate e criticate molto di più, le ricerche dicono il triplo. Persino la nostra voce – in senso proprio FISICO – è criticata, ritenuta meno autorevole, spesso addirittura sgradevole.
Pensate a Margaret Thatcher o a Michelle Bachelet: hanno cambiato la loro voce, rendendola più profonda fino a toni quasi maschili per essere considerate più autorevoli.
Io invece consiglio il contrario: non cambiare la tua voce. Prendi la parola perché è il tuo posto. Non sei un’abusiva, non sei miracolata. Parli non per vanità, ma per difendere il tuo lavoro e quello della tua squadra.
Molte donne però dicono “Anche se mi preparo, quando devo parlare mi sento insicura e mi sembra di dire banalità. C’è qualcosa che posso fare?”
Sì, c’è, e la soluzione è sempre la retorica. La prima cosa è: non giudicarti. Dentro di noi c’è una “piccola Vanna Marchi” che ci insulta e ci dice che non siamo abbastanza.
Quando parli, non devi pensare a te stessa, ma a chi ti ascolta. Concentrati sulla comunicazione con il tuo pubblico, non sul giudizio.
E poi respira: non in modo corto e nervoso, fino al petto, ma profondo, fino alla cintola. Ti aiuta a concentrarti, ti calma e ti àncora.
E come ultimo consiglio: ricordati che nessuno è mai preparato al cento per cento. Nemmeno chi sembra impeccabile, dovremmo avere giornate di 48 ore.
Tutti improvvisiamo un po’. Tutti dobbiamo accontentarci di quello che siamo e di quello che abbiamo già studiato. E va bene così: dobbiamo rendere al meglio per quello che siamo.

La perfezione è il vero anticorpo che il maschilismo ha prodotto contro il riscatto della donna. E la donna stessa lo ha sviluppato nel suo organismo, rinforzandolo con dosi da cavallo di senso di inadeguatezza.
dall’introduzione a Prendiamo la parola! – Flavia Trupia – pag.6
“Prendiamo la parola” anche per guadagnare di più
Il tuo libro “Prendiamo la parola. La retorica dalla parte delle donne” sembra rispondere a molte delle domande delle donne. Cosa ti ha spinto a scriverlo?
Tutto è nato dalle mie lezioni, sia all’università che nei corsi per manager. Ogni volta che chiedevo “Chi vuole rappresentare il gruppo?”, le donne facevano un passo indietro.
Dicevano “Io faccio le slide”, “Io faccio le ricerche”. Insomma: la donna faceva il PowerPoint, e l’uomo la conferenza.
Questa cosa mi fa davvero molto, molto arrabbiare.
Ho scritto il libro per dire basta a questa tendenza, e anche perché ho notato che le donne hanno un pessimo rapporto con l’errore: se sbagliamo, ci flagelliamo per una settimana.
Gli uomini invece danno la colpa al treno, al collega, al destino. Noi dobbiamo superare questo brutto rapporto con l’errore e smettere di flagellarci.
Perché se abbiamo paura di sbagliare parliamo meno in pubblico. Ma se parliamo meno in pubblico, ci vedono meno. E se ci vedono meno, guadagniamo di meno. E perché dobbiamo guadagnare di meno rispetto agli uomini?
Parlare è uno strumento di progressione di carriera: se sai parlare bene del tuo lavoro, dei tuoi progetti, delle tue idee, riesci a ottenere posti di lavoro migliori, a far finanziare i progetti, a fare colloqui di lavoro in cui riesci a raccontarti meglio.
E aggiungo una cosa: il pubblico adora l’oratore o l’oratrice che ammette una sua piccola difficoltà.
Liberiamoci dal peso dei (pre)giudizi
Perché per molte donne prendere la scena è ancora difficile?
Perché ci portiamo dietro un retaggio. Ci hanno insegnato che non dobbiamo “metterci in mostra”. Ma chi l’ha detto?
Prendersi la scena non è vanità, è presenza.
Certo, le donne vengono giudicate molto più duramente: sull’aspetto, sull’età, sui vestiti, perfino sull’acconciatura. In un senso e nell’altro, non va mai bene, come nel famoso monologo di America Ferrera in Barbie. Sono troppo magra, sono troppo grassa, sono vestita troppo bene, sono vestita troppo male, sono troppo giovane, sono troppo vecchia.
[dal monologo di Barbie]
Non nego che sia così. Sono tutti giudizi che il pubblico darà, e saranno molto più feroci sulle donne che sugli uomini. Ma non possiamo restare prigioniere di questo giudizio, altrimenti diventiamo vittime di noi stesse. E vittime anche del nostro vittimismo e autolesionismo.
Il bravo oratore non si concentra su sé stesso, ma sul pubblico, sui loro occhi. Non sulle loro facce. Sui loro occhi.
Empatia e presenza sul palco
La sensazione di annoiare gli uditori può essere legata al fatto che noi donne siamo molto empatiche e ci preoccupiamo sempre di come si sentono gli altri?
Non è vero che le donne sono più empatiche per natura, è una questione culturale: ci siamo abituate a fare mille cose che gli uomini non fanno, e a preoccuparci per tutti.
L’empatia è un valore enorme per l’oratore. L’empatia, però, deve essere verso il pubblico, non verso noi stesse.
Cioè, quando parlo in pubblico io devo essere in relazione con il mio pubblico, non con me stessa. Non devo chiedermi “sono abbastanza brava?”, perché quella non è empatia: è autolesionismo. È zappa sui piedi.
Usa l’empatia per percepire il tuo pubblico: se si sta annoiando, cambia ritmo, tono, energia, posizione. Fai un esempio, una battuta, un gesto diverso.
L’oratore empatico è quello che si accorge di chi ha davanti, non quello che si ripete “non sono all’altezza”.
Donne esemplari che hanno preso la parola
Ogni capitolo del tuo libro si chiude con il discorso di una donna. Ce n’è uno a cui sei particolarmente legata?
L’I have a dream italiano è il discorso di Rosaria Costa, la vedova di Vito Schifani, agente della scorta di Falcone.
Aveva 22 anni, un figlio piccolo, e al funerale del marito pronunciò un discorso straordinario, totalmente a braccio. Un prete le aveva preparato un testo in cui avrebbe dovuto dire “io perdono tutti”. Lei, invece, si ribellò e disse: “Io vi perdono, ma voi vi dovete mettere in ginocchio, però, se avete il coraggio di cambiare… loro non cambiano, loro non cambiano”.
Il potere di queste parole è nell’apanalessi, una figura retorica che consiste nel ripetere una parola, “foderando” le frasi per dare forza a un concetto.
Questo foderamento della frase – “loro non cambiano, loro non cambiano” – è potentissimo, e ci richiama alla memoria il discorso del Vangelo “in verità, in verità vi dico”.
È un discorso che dà i brividi, e che mostra come la forza delle parole possa nascere anche dal dolore.
Piccole tecniche per grandi discorsi
Come risolviamo la mancanza di salivazione durante un discorso?
Molto semplice: portiamo sempre una borraccia con l’acqua. E ricordiamoci: anche la bottiglia d’acqua è un oggetto di scena, come il teschio di Amleto o l’ombrello di Mary Poppins.
Non è un momento rubato, che comunica ansia: se ti fermi, bevi e riprendi, stai gestendo il tempo della scena. Anzi, puoi persino dirlo: “Scusate, bevo un attimo, perché quello che sto per dire è importante.”
Trasformi un bisogno fisico in un gesto teatrale.
Retorica, storytelling e corpo
Si parla sempre di storytelling, public speaking, voce, postura. Ma ascoltandoti, sembra che la base sia la retorica. È così?
Hai capito benissimo. Noi oggi chiamiamo “storytelling” o “public speaking” ciò che già nel V secolo a.C. in Magna Grecia, a Siracusa, chiamavano retorica.
La retorica è l’arte dell’argomentazione. Ma nell’arte dell’argomentazione c’è tutto, anche il linguaggio del corpo.
Nel canone della retorica c’è una parte, che si chiama actio, dedicata proprio al gesto e alla voce. La retorica non lascia fuori la declamazione del discorso, anzi ti dice che devi:
- avere degli argomenti
- strutturarli in una scaletta, che si chiama dispositio
- trovare delle immagini, chiamate “i tuoni nella notte” o “le luci del discorso” che colpiscono il tuo auditorio
- saper raccontare con la voce, con il respiro, con la postura del tuo corpo.
Ecco perché dico che non si può avere un linguaggio del corpo credibile se il discorso è scritto male, se non si hanno delle argomentazioni.
Se ti muovi male con il corpo, nel 90% dei casi il tuo discorso è scritto male.
Slide e retorica visiva
Visto che siamo le Slide Queen non posso non chiedertelo: che rapporto hai con le slide?
Ah, lasciamo perdere! Siamo il paese di Michelangelo, abbiamo una responsabilità, eppure qui in Italia ho visto le slide più brutte del mondo.
In pratica
Le slide devono essere uno strumento per illuminare il discorso, non per nasconderlo.
Una presentazione piena di testo e grafica confusa è la morte della retorica.
Se proprio dobbiamo usare le slide, che siano belle, pulite, sintetiche. E mai al posto delle parole!
Consigli pratici (da domani)
Cosa possiamo fare, da domani, per parlare meglio?
Ok, vi do una serie di consigli pratici da applicare subito, anche da oggi.
Grazie Flavia. E viva la retorica, sempre.
Viva la retorica. E viva le slide belle, abbasso quelle brutte!
BONUS TRACK
L’intervista integrale a Flavia Trupia.
È arrivato il momento di ricordare COSA POSSIAMO FARE INSIEME.
Vuoi lavorare insieme sulla tua presentazione o sulla tua comunicazione?
Ci sono molti modi per farlo, qui te ne proponiamo almeno quattro.
Intanto, rimaniamo in contatto!



